OSSI DURI – La storia di Serena

Mi chiamo Serena. Un giorno una persona mi disse: “non potevi avere nome più azzeccato!”

Per me fu il complimento più bello da ricevere. 

Sono nata nel pieno dell’inverno del 1988, il 12 gennaio. Io amo l’inverno.

Figlia unica, la più piccola, l’ultima arrivata in una famiglia bella numerosa, mamma, papà, nonni, zii, zie, cugine come sorelle. Diciamo una tribù le cui esistenze sono sempre e da sempre intrecciate le une alle altre. La classica famiglia che si collocherebbe al sud, ma in realtà è ligure DOC.

Nel 1991 l’intuito infallibile della mamma avvertì che qualcosa non la convinceva. Mi portò dal pediatra per un banale motivo di cui nemmeno conosco i dettagli e nel mentre, quasi in imbarazzo perché si sa le mamme sono sempre troppo apprensive, fece notare al pediatra che lamentavo un dolore al ginocchio destro e le sembrava che zoppicasse leggermente.

Avevo 3 anni. A 3 anni si corre e si cade, ci si arrampica e si cade, si salta e si cade. Insomma, le ginocchia sbucciate sono la normalità!

Ma il mio pediatra, non prese la mia mamma per una mamma “troppo apprensiva” e mi mandò subito uscita di lì all’ospedale a fare una radiografia.

Fatta la radiografia, il medico di turno stava guardando le lastre e nel mentre scriveva il referto. Stava scrivendo che la radiografia era pulita, non c’era nulla da preoccuparsi. Proprio in quel momento passò di lì il mio angelo custode, il Dottor Iacovacci, ortopedico all’Ospedale Valloria di Savona. Stava andando a casa dopo aver smontato il turno. Gli cadde l’occhio sulla mia radiografia appesa, si avvicinò e lì in quel momento lui lo vide e mi salvò la vita.

Osteosarcoma al femore distale destro.

Uscì lui, ormai in borghese, a parlare con i miei genitori. Si chiamano Franco e Anna, a quell’epoca avevano 31 e 29 anni.

Ci mandò immediatamente al Rizzoli, incontrarono subito il Professor Campanacci. Termini medici, percentuali, numeri, parole difficile da sentirsi dire, decisioni da prendere ancora più difficili. I miei genitori, i genitori sono i veri eroi nelle storie come la mia.

Mi sto dilungando parecchio chiedo scusa, ma credo che in effetti sia la prima volta che scrivo questa storia.

Feci la chemioterapia al Gaslini, vivendo a Celle Ligure. Il Rizzoli trovò la cosa più adeguata.

Nel frattempo, i miei genitori dovettero “scegliere” il tipo di operazione da farmi fare. Le opzioni erano due, non molte, ma già una di troppo per due giovani genitori che devono decidere per la vita della propria figlia ormai diventata quattrenne.

Amputazione totale o Giroplastica.

Che nome strano Giroplastica!

Era un intervento relativamente nuovo che mi avrebbe permesso di mantenere una mia articolazione modificandone, diciamo così, la morfologia. Impattante alla vista ma i medici sostenevano “tutta un’altra cosa” dal punto di vista funzionale.

I miei genitori incontrarono altri genitori con i figli che avevano subito questo intervento. E così decisero. Il 4 febbraio 1992 mi fecero l’intervento di Giroplastica. Non sto a spiegare le caratteristiche molto “originali” di questo intervento, ma chi vuole con una ricerca su Google trova tutto.

La storia va avanti, tra viaggi in ospedale, visite, controlli, io che cresco, le paure dei miei. E a mano a mano che gli anni passavano ciascuna di queste cose andava ad affievolirsi.

Sono guarita.

Oggi ho 34 anni, ne sono passati ben 30 da allora. Sono sposata con Fabio e abbiamo due gioielli che si chiamano Emilia e Giacomo di 6 e 4 anni. Ho il mio lavoro e conduco una vita totalmente normale.

In queste righe ho raccontato il dettaglio del mio percorso “clinico”, ma vorrei dedicare ancora qualche riga a descrivere tutto il contorno. La mia famiglia, in senso lato, l’enorme supporto che hanno dato ai miei genitori prima e a me dopo e insieme a loro anche gli amici. Insomma, io ho avuto la fortuna di avere intorno a me sincerità, verità e intelligenza. Sono sempre stata trattata alla pari degli altri, mi è sempre stato insegnata ad essere grata e fiera per la mia vita e mi è stata trasmessa, non a parole ma a fatti, la naturalezza di accettare il mio corpo così com’è.

Il giorno del mio matrimonio, in macchina verso la chiesa c’eravamo io mio papà e mio zio, il mio secondo padre. Mio zio in quel momento mi disse: “ti chiedo solo di avere sempre, nella vita, la stessa grinta che hai sempre dimostrato sin da quando eri piccola”. Ora mio zio non c’è più, in sella alla sua bicicletta ha pedalato verso il cielo, è stato uno dei miei tifosi più grandi, vorrei dedicare a lui questa mia testimonianza.

OSSI DURI – La storia di Giulia

Mi chiamo Giulia Domati e ho 46 anni.

Nell’estate del 1991 avevo spesso un fastidioso dolore al ginocchio, soprattutto di notte, a letto, non sotto sforzo. Ricordo che mi capitò un giorno di vedere un film in cui un ragazzo scopriva di avere un tumore e gli veniva amputata una gamba. Da lì mi convinsi di avere un tumore alle ossa. Sembra inverosimile ma fu così.

A settembre ripresi la scuola, dovevo iniziare la prima liceo con nuove materie e nuovi professori, ma per me non era un problema: ho sempre adorato studiare e andare a scuola. Il dolore però non passava, anzi aumentava e a un certo punto il mio ginocchio era diventato molto gonfio e dolorante.

A ottobre la prima diagnosi: micro frattura che poteva essere causata da una “ciste”. Da lì l’inizio dell’incubo: gli accertamenti rivelarono un osteosarcoma maligno. Fui ricoverata al Rizzoli a novembre: non avevo ancora 17 anni e mi sentivo immortale.

Il primo giorno di ospedale il mio unico pensiero era: non voglio rimanere qui da sola, ho bisogno della mia mamma.

La seconda sera ci portarono a vedere il reparto di chemioterapia e incontrai tanti ragazzi in carrozzina, senza capelli.

La notte dormii abbracciata a mia mamma pensando: devo essere forte perché da domani dovrò iniziare questo percorso. All’inizio non riuscivo a comprendere quello che mi stava succedendo e mi sembrava di vivere la vita di un’altra persona. Poi ci feci l’abitudine, strinsi tante amicizie e trovai dentro di me una forza che non credevo di avere.

I miei genitori non mi hanno mai fatto capire la gravità della malattia che stavo affrontando, facendomi credere che le percentuali di guarigione fossero altissime. Non era così, anche se nel mio caso tutto è sempre andato per il meglio: fortunatamente il mio corpo ha reagito al meglio alla terapia e già dopo 2 cicli di chemio la necrosi era del 100%.

Insomma sono stata fortunata. Fortunata? Si, fortunata, perché il 50% dei bambini e dei ragazzi che si sono ammalati come me non ce l’hanno fatta. E allora la domanda che mi assilla da 30 anni è: perché non è capitato a me? Non riesco a darmi una risposta e forse solo ora che sono mamma e adulta capisco il dolore e la disperazione che hanno provato i miei genitori e soprattutto il rischio che ho corso.

Lo scorso anno, in piena pandemia, ho cominciato a stare male: stanchezza, affanno, crisi respiratorie. A un certo punto mi ero convinta di avere il Covid. In realtà ho scoperto che, anche dopo 30 anni, la chemioterapia mi aveva procurato una cardiomiopatia dilatativa grave che mi ha portato a un passo dalla morte. In quel momento, ancora una volta, ho dovuto trovare in me la forza per affrontare una malattia, soprattutto per i miei figli, con la necessità di assumere sulle mie spalle tutto il dolore e la preoccupazione che 30 anni fa i miei genitori si erano accollati per proteggermi dalla verità.

Passata questa nuova tempesta, oggi posso dire più che mai di essere fortunata, perché sono viva e ho avuto due figli meravigliosi. Spesso mi chiedo: perché questa terribile malattia mi ha risparmiato? La risposta è: non lo so. Cosa ho fatto per meritarmi questa benedizione? Non lo so, ma, se la vita è un dono, per me, che sono rinata due volte, lo è ancora di più e quindi devo mettere a frutto tutte le mie capacità, per cercare di godere di questo dono che mi è stato dato tre volte.

Dopo aver conosciuto Sabrina e l’associazione Agito, ho deciso di scrivere questa testimonianza, perché spero che possa aiutare tutte le persone che ogni giorno combattono contro il cancro, dando loro la speranza e la forza per andare avanti.

OSSI DURI – La storia di Mascia

Mi chiamo Mascia e ho deciso di raccontare la mia storia sperando di dare sostegno alle persone che oggi stanno affrontando lo stesso calvario che ho vissuto io tanti anni fa.

Avevo 14 anni, quando nell’ottobre 1987 notai un bozzo sulla tibia sinistra.

Dopo le prime visite, mi dissero che poteva trattarsi di una malformazione ossea, di stare tranquilla e che dopo Natale si sarebbe deciso cosa fare.

Trascorse le feste, tornai al Centro Ortopedico di Cagliari e decisero di ricoverarmi presso l’Ospedale Marino. Iniziai a fare tac, risonanze, scintigrafie. Non sapevo molto ma notai che i miei genitori erano diversi: i loro occhi si erano spenti.

Un giorno sentii mio padre litigare con il Primario: “Voglio portare visa mia figlia!”.

Così, ignara di tutto, fui trasferita da Cagliari a Milano. Mi ritrovai al “Centro per la cura dei tumori” a fare delle visite mediche con Umberto Veronesi, nonostante l’osteosarcoma non fosse il suo campo. Mi dissero che si trattava di semplici visite ma io, ormai, avevo capito che c’era qualcosa di più.

Nell’aprile 1988 fui ricoverata in Pediatria. Vidi tanti bimbi amputati, senza capelli, e capii che non avevo una semplice malformazione. Facevo domande ma le risposte erano vaghe. Iniziai cicli pesantissimi di chemioterapia, 24 ore su 24, per 5 giorni consecutivi, 2 giorni di lavaggi, poi di nuovo. 7 cicli così, ognuno durava poco più di un mese, uno dei farmaci più distruttivi era la “Vincristina”.

Ero a Milano con mia madre, non vedevo da mesi il resto della mia famiglia. Ad un certo punto, interruppero le cure per un blocco renale, non avevo più piastrine. Camera sterile, una volta stabilizzata mi fecero finalmente tornare a casa per dieci giorni ma ebbi delle complicazioni. Quando tornai a Milano ripresero con la chemioterapia. Ormai ero la mascotte, tutti i medici, infermiere mi volevano un bene immenso. Andavo a scuola: il reparto per noi bambini era piccolo ma c’era la sala giochi e la scuola, insomma era diverso dagli altri ospedali, ma poi dovetti cambiare.

All’Ospedale “Gaetano Pini” mi fecero un trapianto osseo della tibia sinistra, poi ancora cicli di chemioterapia. Ho visto tante cose che non scorderò mai. Porto dentro di me il ricordo dei bambini che ho conosciuto ma che purtroppo non hanno vinto questa guerra. Ricordo Valerio, Cinzia, Laura, Patrizia, Davide, Paolo, Nazareno e tanti altri.

Mi dissero, dopo diversi anni, che non avrei potuto avere figli per via delle cure devastanti. Per dieci anni sono stata sotto controllo presso il “Gaetano Pini”.

Sono passati 33 anni da allora, ho avuto una bambina che oggi ha 11 anni.

La chemioterapia ha devastato il mio sistema immunitario, con non poche conseguenze ma ci “VIVO”: faccio ancora i miei controlli e sento ancora oggi la pediatra che mi curò.

Non dimenticherò mai i miei “amichetti” e forse la cosa che mi devasta di più oggi, è ciò che ho visto nel reparto di pediatria oncologica per anni ma cerco di essere una roccia anche per loro.

P. S. Mio padre litigò con il primario in Sardegna perché gli disse: “Non permetto che la ragazza venga portata via da qui. Ha pochi mesi di vita. Butterebbe via solo soldi nelle visite a Milano ed accorcerebbe il suo periodo di vita per via dello stress”.

DA DOMANI CI PENSIAMO NOI

Durante le feste in tutti gli ospedali in cui sono ricoverati bambini e ragazzi arrivano moltissimi doni. Arrivano dalle associazioni, arrivano da circoli, arrivano dalle aziende, arrivano per iniziativa di privati 🎁🎁🎁

Durante le feste tutti si ricordano dei bambini ricoverati e i doni che arrivano sono una manna per chi è costretto a letto ad affrontare una malattia invece di trovarsi con gli amici a tirare palle di neve (quando c’è) o a fare qualsiasi cosa sia pertinente alla loro meravigliosa età. 🧹🧹🧹

L’Epifania che le feste si porta via segna il momento in cui i riflettori si spengono, ma i ragazzi continuano le loro terapie, si avvicendano nelle camerette…chi entra in ospedale ora magari a Natale non c’era e viceversa.

Quindi? 🤔

Da domani ci pensiamo noi! 😎😊

Noi che già da metà Dicembre con la caposala ci accordiamo per non portare più nulla perché ora arrivano gli altri doni Noi che iniziamo la raccolta, perché è sotto Natale che facciamo bottino, e immagazziniamo tutto come piccole formichine per i tempi di magra

Noi che così facendo rinunciamo a qualche bella foto che fa sempre comodo per avere un po’ di pubblicità e qualche donazione, perché oltre ai regali c’è altro da fare

Noi che portiamo i regali per il dopo intervento, per i momenti speciali o i momenti difficili, i doni per giocare in ospedale che ora nemmeno si possono condividere i giochi della saletta, i doni per ricordare ad una ragazza che può prendersi cura con un po’ di fard, i doni come messaggio di incoraggiamento anche per i più grandini, che l’adolescenza è un periodo già abbastanza difficile di suo.

Grazie a chi ci ha sostenuto in questa raccolta che quest’anno è stata STREPITOSA.Grazie a chi ha portato i regali in ospedale in questo periodo consentendo a noi di creare la riserva. Grazie a chi ci dà fiducia 🙏

Le liste giochi e libri restano aperte tutto l’anno e se qualche articolo desiderato andrà in esaurimento non esiteremo a fare un appello mirato 🧡

OSSI DURI – La storia di Serena

Ciao, mi chiamo Serena e ho 45 anni.

La mia storia comincia nel lontano 1995, quando inizio ad accusare un lieve dolore al ginocchio seguito da un piccolo rigonfiamento.
Inizialmente non faccio caso a questo fastidio ma dopo qualche mese, faccio un’ecografia e da lì comincia il mio “cammino”.

Al San Matteo di Pavia mi eseguono una biopsia: esito tumore maligno di 3° grado al femore destro.
Cominciano a parlarmi del Rizzoli di Bologna, fino a quel giorno per me, posto completamente sconosciuto. La prima persona che incontro è il mio caro Dott. Bacci.
Mi parla, mi consola, mi spiega della terapia, della perdita dei capelli, del cambiamento del mio corpo. Lui parlava ma io facevo fatica ad ascoltarlo. In quel momento avevo solo voglia di scappare, di svegliarmi da quel bruttissimo incubo.

Cominciano i miei due mesi di chemioterapia prima dell’intervento e il 23 giugno la mia prima rinascita con l’asportazione del ginocchio e del femore sostituiti da un impianto di protesi interna. Poi, ancora dieci mesi di chemioterapia.

La mia vita passa su una sedia a rotelle i primi mesi, poi le stampelle… Quanti chilometri ho fatto con le mie quattro gambe!
Ricordo che quando mi sono svegliata, dopo sei ore di intervento, la prima cosa che ho fatto è stato guardare sotto il lenzuolo per vedere se avevo ancora la mia gamba… Per fortuna era lì, tutta fasciata, gonfia ma era lì.

Ho ricordi sbiaditi di quel giorno, misti a paura, felicità e rabbia… Rabbia perché a 18 anni mi sono ritrovata a lottare contro qualcosa più grande di me.

Alla fine ho VINTO IO. Ho vinto contro quel maledetto mostro.

Ora sono sposata e mamma di due bellissimi bambini e posso dire che “grazie” a questa esperienza ho conosciuto persone meravigliose, infermieri, dottori, compagni di viaggio… Persone che porterò sempre nel cuore, perché il Rizzoli resterà sempre una parte di me.

Serena

OSSI DURI – La storia di Salvatore

Ciao a tutti!
Mi chiamo Salvatore Cardaropoli e ho deciso di raccontarmi anche io per la rubrica di Agito.

La mia storia inizia il 6 gennaio 1996: avevo 12 anni quando mi venne diagnosticato il sarcoma di Ewing. Sono stato operato al femore destro presso l’istituto Rizzoli di Bologna dall’equipe composta dal Prof. Campanacci, Prof. Mercuri e Prof. Manfrini.
Durante il mio calvario, ho subito per ben due volte la rottura della placca che mi era stata inserita.
All’epoca ero testardo e ascoltavo poco i consigli dei medici.

Crescendo, ho capito che dovevo stare più attento e adottare delle precauzioni.

A vent’anni dalla guarigione, stavo bene, godevo di ottima salute, camminavo, correvo, giocavo e saltavo.
Mi sentivo una persona normale e di sana costituzione, così decisi di correggere il dislivello posturale che avevo attraverso l’allungamento del femore.
L’intervento andò bene e mi feci asportare la placca.
Purtroppo, dopo quattro mesi, ho rotto il femore e di conseguenza ho affrontato un altro intervento: la placca che era stata rimossa doveva essere inserita di nuovo.

Tutto questo accadeva nel gennaio 2018.

Oggi sto bene e ad agosto di quest’anno mi sono sposato.

Il mio percorso è stato terribile, ho sofferto tanto e provato emozioni indescrivibili, ma non mi sono mai abbattuto, ho sempre lottato con coraggio e fede.
Raccontare è molto facile ma vivere questa malattia in prima persona è estremamente difficile.
Ringrazierò sempre la mia famiglia, mia moglie e tutte le persone che mi sono state vicino.

A tutti voi, invece, dico: nella vita non bisogna mollare mai!

Con affetto, Salvatore.

OSSI DURI – La storia di Alessandra

Mi chiamo Alessandra Cibelli.

Sono nata a Salerno nel 1981 e all’età di 13 anni mi è stato diagnosticato il sarcoma di Ewing.

Mi piacerebbe svegliarmi un giorno e poter dire che è stato solo un brutto sogno: questo pensavo nel novembre del 1994.

Era il 5 agosto dello stesso anno, i miei genitori stavano traslocando e ho pensato di rendermi utile. Mentre scendevo le scale con un porta-telefono dell’epoca, sono inciampata e ho preso una storta. Nulla di grave, mi faceva male il polpaccio e a casa mi curarono con creme e antinfiammatori. Dopo un mese però, la gamba era ancora dolorante, il muscolo gonfio ed io ero febbricitante.

A quel punto, mio padre decise di portarmi al pronto soccorso dell’ospedale di Salerno. I medici sottovalutarono i sintomi ma lui si impose ed ottenne che mi venisse fatta una radiografia alla gamba sinistra.

Me lo ricordo quel farfugliare, quel bisbigliare tra i dottori dall’aria un po’ smarrita: “Dobbiamo far vedere le radiografie al primario”, ci dissero.

Dopo svariati consulti, il primario chiamò in disparte mio padre e mia nonna Maria, sempre onnipresente: “Signor Cibelli, sua figlia deve sottoporsi all’ago aspirato e alla decorticazione dell’osso perone”.

La diagnosi fu inclemente: avevo un tumore maligno chiamato sarcoma di Ewing.

Il ricovero all’istituto Rizzoli fu immediato. Ricordo che ci accompagnò un caro amico di papà.

Sono stata operata il 2 febbraio del 1995 dopo aver affrontato tre cicli di chemioterapia. Durante il percorso di cura, mi piaceva disegnare animali immaginari capaci di volare senza ali e attraversare oceani colorati con i gessetti.

Dopo cinque anni di follow up, seguendo il protocollo, la malattia è sparita.

Oggi ho 40 anni e ne sono passati 27 dalla mia guarigione. Sono sposata con Vincenzo e ho tre figli meravigliosi che adoro e che mi adorano: Eleonora, Giulia e Giovanni.

Sicuramente la bravura e la professionalità di professori, medici e infermieri dell’istituto ortopedico Rizzoli, dopo avermi operata e curata, mi hanno portata a raggiungere l’obiettivo: salvare la mia vita da una infausta diagnosi che mi aveva dato ben poche speranze.

Un grazie particolare ai miei genitori e a nonna Maria che è volata in cielo quattro anni fa. Loro mi hanno dato la forza per attraversare il campo della battaglia ed uscire vincitrice dalla guerra.

Sono davvero contenta di poter manifestare tutto la mia gioia e far capire che oggi non è più come ieri. Dal sarcoma si guarisce ed io ne sono l’esempio.

Sono sicura che anche voi vincerete la vostra guerra come tanti altri bambini e bambine che stanno attraversando questo incubo.

Questa malattia oscura l’adolescenza ma non disperate, avrete la possibilità di raccontare la vostra storia perché riuscirete a guarire: vi penso spesso e prego sempre per voi.

Vi voglio bene, Alessandra.

[Sono un Osso Duro perché sono stata ricoverata al Rizzoli nel novembre 1994, operata nel febbraio 1995 e guarita definitivamente. Grazie al Prof. Campanacci, al Dottor Bacci, al Prof. Mercuri, al Dottor Donati, al Dottor Ferrara, al Dottor Biagini e al Dottor Manfrini]

Alessandra Cibelli

OSSI DURI – La storia di Michele

Ciao, mi chiamo Michele Birro.

La mia storia è molto complessa, a tratti incredibile da raccontare.

È iniziato tutto ancor prima che nascessi: i miei genitori hanno subìto un grave incidente d’auto, mia madre aspettava me, era al settimo mese di gravidanza. Il mio cuore ha smesso di battere in quel preciso momento ma subito dopo, ha ripreso a pulsare.

Quando avevo 4 anni, il giorno di Natale, sono stato investito da un’auto: trauma cranico, frattura al braccio, perforazione dei timpani con sordità al 90%.

Ho trascorso anni viaggiando in compagnia di mia madre, per frequentare un centro riabilitativo a Padova. Tutto sembrava procedere bene, quando all’età di 10 anni compare un grande male oscuro.

La mia vita viene segnata per sempre, serviranno forza e coraggio per continuare a vivere.

Era il 1985. Mi viene diagnosticato un Sarcoma di Edwing alla gamba destra in stadio molto avanzato. Mi avevano dato 6 mesi di vita.

Inizia così il calvario. Ho intrapreso le cure presso il Rizzoli e del mio percorso ringrazio i dottori, gli infermieri e la caposala.

Durante quel periodo, avevo con me il dono più grande: la mia famiglia, mio padre Otello, mia madre Clorinda e mia sorella Elisa. Per lei, anche se l’ho un po’ trascurata, provo un grande amore e non smetterò mai di proteggerla.

Due anni orribili di chemioterapia, otto interventi di circa otto ore ciascuno per cercare di risolvere il risolvibile. Alla fine, ho preso la decisione di farmi amputare la gamba per continuare a vivere e tornare finalmente a casa.

Durante la permanenza in ospedale, ho conosciuto molti amici che purtroppo ora sono diventati degli Angeli: ricorderò per sempre le giornate passate tra le risate, il divertimento, la pizza, per dimenticare il dolore e il male che avanzava senza sosta.

Oggi ho 48 anni e mi è ancora difficile credere che sono qui a scrivere e a progettare nuovi scenari da disegnare e dipingere sui muri dei reparti di pediatria e psichiatria dell’Ospedale di Schiavonia – Monselice – Padova, dove lavoro come impiegato.

Nonostante tutto quello che vedo con i miei occhi, sono sempre pronto ad affrontare le battaglie della vita, anche dopo la morte di mio padre e mia madre ad un anno di distanza l’uno dall’altra, i miei pilastri.

Ora c’è mia sorella, lei è un grande pilastro portante, è semplicemente unica.

Michele Birro

OSSI DURI – La storia di Rosalina

Mi chiamo Rosalina e sono una persona.

Mia madre mi ha aspettata come un dono di Dio, sono cresciuta come un uragano in tempesta.

Questa è la mia storia, questa sono io.

Sono rimasta una bambina che cresce felice, ferma a quei 12 anni, quando Ewing è entrato nella mia vita strappandomi l’infanzia. Ora ho 34 anni, una laurea, un lavoro e uno splendido marito.

Ho fatto tanti sacrifici e ho sopportato tanto dolore.

Due anni fa sono tornata al Rizzoli per sostituire la protesi usurata con una nuova. Poi ho avuto una lussazione e per un attimo ho provato la sensazione di essere ricaduta nel baratro.

Ti fermi, ti geli! Tanta paura, tanta ansia, tanto terrore ma, alla fine, ne sono uscita di nuovo, ancora intera.

Non è semplice vivere con una spada di Damocle sulla testa, ma almeno ho la possibilità di scegliere ogni giorno come vivere la mia vita: posso farmi dominare dalla paura o insegnarle a camminare al mio fianco, trasformandola in un’amica.

Giro con l’anima scoperta, mi innamoro ogni giorno della vita, percepisco tante avversità e tante limitazioni: “Stai attenta!”, “Non piegare troppo quella gamba!”, “Non sederti in basso!”, “Non correre!”, “Fai fisioterapia!”. Sono queste le raccomandazioni di chi, come mio marito, ha dovuto affrontare insieme a me la paura e il terrore che condizionano la tua di vita ed inevitabilmente anche quella di chi stai a cuore.

Non è facile affrontare quotidianamente gli sguardi di chi si accorge che non cammini bene o ascoltare chi dispensa consigli senza sapere di cosa stiamo parlando.

Alla fine ti ci abitui, ti metti in piedi, raddrizzi le spalle, fai un bel respiro e ti ricordi quanta fortuna hai avuto.

Oggi ho due splendidi nipoti che ho visto nascere e che ogni giorno mi riempiono d’amore. Posso vederli crescere, ridere, giocare, sentire le loro manine accarezzarmi anche se non posso sedermi con loro sul pavimento o accovacciarmi per guardarli negli occhi.

Per concludere, dirò qualcosa che a molti suonerà strano: sono infinitamente riconoscente e grata alla vita per tutto quello che mi ha dato. Il dolore mi ha fatto apprezzare tutte le gioie che mi sono arrivate, tutti i momenti brutti li ricordo e li rivivo intensamente quando mi capita qualcosa di bello.

Ogni sera nella pace del mio letto, penso a cosa avrei potuto fare meglio, a cosa potrei fare per omaggiare quella forza soprannaturale che mi ha permesso di essere qui e ora a raccontarmi.

Rifletto e penso che qualcosa di buono per la mia vita l’ho fatto, perché in fondo io sono quella “persona” che ha preso la paura per mano e l’ha portata a conoscere il coraggio.

Si, io ho il privilegio di essere un osso duro!

Rosalina Catizone

OSSI DURI – La storia di Cinzia

Mi chiamo Cinzia Barabini, sono nata nel 1966 a Genova ma vivo a Lucca, da sempre.

Nella primavera del 1988, mentre frequentavo l’università e la mia vita di giovane studentessa si divideva tra studio, amiche e fidanzato, iniziai ad avere un dolore costante alla spalla sinistra.

Qualsiasi antidolorifico era inutile: niente riusciva a calmare un dolore che arrivava ad un livello tale da impedirmi molti movimenti.

Nell’estate di quello stesso anno, dopo avere fatto una radiografia, mi fu suggerito di prenotare una visita dal Prof. Campanacci. Iniziava così il terremoto nella mia vita.

Dopo solo tre giorni, mi ricoverarono nella V Divisione del Rizzoli e l’1 agosto inizia la chemioterapia.

Ricordo ogni istante di quel periodo: il Dr. Padovani mi spiegò cosa avevo, cosa mi sarebbe successo, in cosa sarebbe consistito l’intervento, quali cure avrei seguito e che tutto ciò mi avrebbe portato alla perdita dei capelli.

Ricordo la paura, lo stato di confusione, la preoccupazione che leggevo negli occhi dei miei genitori. Loro, però, sono stati i miei angeli custodi e la mia forza, dal primo all’ultimo giorno di questa terribile avventura.

Ad ottobre mi sottoposi all’intervento per impiantare una protesi al titanio.

Ricordo che la prima cosa che feci quando aprii gli occhi, dopo sette ore in sala operatoria, fu cercare la mia mano sotto il lenzuolo.

C’era.

La prima battaglia era vinta.

Ho affrontato tanti mesi di fisioterapia e di chemioterapia sia dentro il Rizzoli che fuori, sempre accompagnata dal desiderio di tornare alla vita normale.

Finite le cure, pian piano, ho ripreso in mano la mia vita anche se ciò che ho vissuto mi ha cambiata per sempre e mi ha reso più sensibile e attenta alle cose semplici della vita.

Ho completato gli studi e mi sono laureata, sono diventata avvocato, mi sono sposata e ho avuto due figli: il secondo miracolo dopo la mia guarigione.

Oggi, posso solo ringraziare tutti i medici e gli infermieri del Rizzoli che mi hanno aiutata ad affrontare il triste periodo della malattia e i miei genitori, la mia roccia, il mio faro nella tempesta.

Cinzia Barabini