OSSI DURI – La storia di Valentina

Mi chiamo Valentina, ho 45 anni e non mi sento tanto un osso duro.

Avevo 22 anni quando da un giorno all’altro, mi sono ritrovata dalle aule studio della facoltà di medicina che frequentavo alla fine del secondo anno, ad una stanza bianca del Rizzoli, pochi giorni dopo la morte del dott. Campanacci, quando il dolore per la sua scomparsa era evidente da ogni parola proferita da tutti quelli che lavoravano lì.

Una diagnosi importante, un osteosarcoma. Ne sapevo abbastanza per capire che era grave, non abbastanza per capire cosa mi aspettava.

Gavina, 27 anni, una compagna di stanza che mi ha accolta, la mia roccia, quella che mi ha dato la forza di capire e affrontare a muso duro.

Rita, 15 anni, l’altra mia compagna di stanza con cui ho condiviso ansie e piccole gioie, con cui ho imparato ad ironizzare per andare avanti.

Lejla, la ragazzina quattordicenne adorabile, dolcissima che veniva dalla Jugoslavia, provata dalla guerra, che iniziava a parlare in italiano e a cui ho voluto subito un bene infinito, senza neanche capire bene cosa dicesse perché ancora non parlava benissimo la nostra lingua.

Giusy. Non l’ho più sentita dopo il ricovero ma ho saputo, anni più tardi, che non ce l’aveva fatta: aveva solo 13 anni quando è piombata nella nostra stanza con tutto il suo pianto, la sua disperazione e il suo rumore.

Oggi posso dire che comunque andranno a finire le cose, sono passati oltre 22 anni dalla diagnosi.

In ogni caso ho vinto ma non mi sento un eroe anzi, la mia sopravvivenza non è la mia vittoria, è la vittoria della scienza, di tutti quelli che prima ancora che arrivassi io hanno studiato una cura, per il dott. Donati che mi ha operata, per chi mi ha avuta in cura, ma di questa vittoria io non ho alcun merito: ho lasciato solo che la battaglia si combattesse su di me.

Vorrei dire che ho il merito, invece, di non aver lasciato spazio alla malattia di prendersi la mia vita e la mia speranza per il futuro ma non ho merito neanche in questo.

La forza con cui ho affrontato la brutta notizia l’ho presa da Gavina, io non l’avrei avuta.

Molti sanno che ho affrontato la chemioterapia coraggiosamente, senza lamentarmi troppo, ma pochi sanno che ho iniziato le cure diverse ore più tardi del previsto, perché volevo firmare il rifiuto e le dimissioni perché temevo di più gli effetti collaterali della mia malattia.

Ci sono volute tante e tante parole di medici ed infermieri PER convincermi a non lasciarmi andare ed oggi so che hanno fatto per me molto di più di quanto dovevano.

Molti sanno che sono stata in gamba perché anche durante la chemio ho continuato a studiare e l’esame di biochimica 2 l’ho addirittura sostenuto in reparto ed altri quattro esami durante la chemio, chiedendo alla commissione di raggiungermi, visto che io non potevo recarmi all’università.

Pochi sanno che volevo mollare gli studi, che di medicina, di malattie, sale operatorie e cattivi odori non ne volevo sapere più niente. Ci sono volute tante insistenze da parte dei miei genitori a non mollare, a non prendere decisioni affrettate in quel momento e il dott. Ferrari che fermò il giro visite, vedendomi piangere in panico pre-esame, per incoraggiarmi.

Le sue parole hanno risuonato, da quel giorno, il minuto prima di ogni esame che ho sostenuto.

La mano di un’altra dottoressa, credo la dottoressa Palmerini, forse era ancora una studentessa all’epoca non ricordo, che dopo il trenta e lode accarezzò la mia testa pelata, mi ha accompagnata dopo ogni successo, l’ho risentita.

Non si combatte da soli, io non ci sarei mai riuscita: è una battaglia che si combatte insieme. E’ complicato spiegarlo, niente avrei potuto senza la mia famiglia, i miei amici ed i nuovi conosciuti in reparto.

Oggi ho una famiglia, nata da una idea folle: pochi giorni dopo la fine della chemioterapia ho conosciuto Giorgio e ci siamo innamorati quando il futuro era scandito da tac ed esami di controllo.

Lui folle come me a sognare un futuro incerto ma insieme. Nostra figlia oggi ha 10 anni ed è una freccia velocissima lanciata nel futuro.

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